
Gli studi scientifici recenti hanno dimostrato che le concentrazioni più elevate di microplastiche e nanoplastiche sono state riscontrate in organi vitali come cervello, placenta e albero cardiovascolare. Una ricerca condotta dall’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli ha rilevato che nel cervello i livelli corrispondono all’equivalente di un terzo di una bottiglia di plastica da 1,5 litri.
Le vie di ingresso nell’organismo
Le microplastiche penetrano nel corpo umano attraverso tre principali vie di esposizione. La concentrazione media nel sangue dei volontari esaminati era di 1,6 microgrammi per millilitro, con ingresso attraverso il contatto con le mucose, per inalazione o ingestione.
Alimentazione e acqua
Inalazione

Studi sulle particelle sospese nell’atmosfera di Shanghai hanno riportato che il 67% erano microfibre, il 30% frammenti e il 3% granuli, con i tessuti sintetici come fonte più probabile. La ricerca ha dimostrato che le microplastiche in forma di fibre rappresentavano il 92% di tutta la plastica nell’atmosfera del centro di Londra.
Distribuzione nel corpo umano
Le microplastiche sono state identificate in numerosi tessuti e organi. Sono state trovate particelle con diametro fino a 10 micron nella placenta, fino a 15 micron nel latte materno e nelle urine, fino a 30 micron nel fegato, fino a 88 micron nei polmoni, e con diametro superiore a 0,7 micron nel sangue.
Uno studio recente pubblicato su Nature Medicine ha analizzato campioni post-mortem di fegato, rene e cervello, rivelando che i tessuti cerebrali contengono concentrazioni da 7 a 30 volte superiori rispetto ad altri organi. Particolarmente allarmante è che i livelli erano da 3 a 5 volte più alti negli individui con diagnosi documentata di demenza .
Rischi cardiovascolari: le evidenze scientifiche
Uno studio italiano pionieristico pubblicato sul New England Journal of Medicine ha fornito le prime prove dirette degli effetti sulla salute cardiovascolare. La ricerca ha coinvolto 257 pazienti sottoposti a rimozione di placche aterosclerotiche dalle carotidi.
Il polietilene è stato rilevato nelle placche del 58,4% dei pazienti con livelli medi di 21,7 microgrammi per milligrammo di placca, mentre il 12,5% presentava anche polivinilcloruro con livelli medi di 5,2 microgrammi per milligrammo. Il follow-up di 34 mesi ha rivelato dati preoccupanti: nei pazienti con placche contenenti microplastiche il rischio di infarti, ictus o mortalità per tutte le cause era almeno raddoppiato rispetto a chi non aveva plastiche nelle placche, indipendentemente da altri fattori di rischio cardiovascolare.
L’effetto pro-infiammatorio potrebbe essere uno dei motivi per cui le micro e nanoplastiche comportano una maggiore instabilità delle placche e quindi un maggior rischio di rottura, provocando trombi e conseguenti infarti o ictus. Uno studio dell’Università della California a Riverside su modelli animali ha dimostrato che nei topi maschi esposti a quantità realistiche di microplastiche si è verificato un aumento del 63% delle placche nella radice aortica e un incremento del 624% nell’arteria brachiocefalica.
Altri effetti sulla salute

Sistema riproduttivo e sviluppo
La ricerca su modelli animali ha evidenziato impatti significativi. Nei ratti maschi è stata riscontrata una ridotta qualità e quantità di spermatozoi, mentre le femmine avevano meno follicoli capaci di produrre ovuli.
Sistema osseo e metabolico
Uno studio dell’Università di Milano ha dimostrato che le nanoplastiche possono invadere le cellule delle ossa, alterandone il normale funzionamento e aumentando le probabilità di sviluppare patologie legate all’impoverimento osseo.
Sostanze chimiche additive
Gli ftalati presenti nella plastica sono stati associati all’incidenza di asma e allergie soprattutto nei bambini, oltre alla riconosciuta tossicità per la riproduzione umana, mentre per il bisfenolo-A sono stati riscontrati effetti nocivi per l’apparato riproduttivo, lo sviluppo e il sistema immunitario.
Limiti della ricerca e controversie
È importante sottolineare che la ricerca scientifica su questo tema presenta ancora alcune limitazioni. I metodi di analisi devono ancora essere ben definiti in termini di sensibilità e specificità per poter essere standardizzati, e gli studi in vitro o in vivo su animali potrebbero non riflettere le condizioni reali.
Recentemente sono emersi dubbi metodologici su alcuni studi. Diversi gruppi di ricerca hanno sollevato problemi su controlli insufficienti delle contaminazioni durante le misurazioni e scarsa attenzione ai processi di verifica, con il rischio che alcuni segnali chimici dei tessuti umani siano stati confusi con quelli delle plastiche. Il problema di fondo è che mancano standard condivisi nello studio delle microplastiche nell’organismo umano, rendendo difficile avere misurazioni facilmente comparabili.
Quantità di esposizione
Si stima che l’assunzione pro capite annuale di micro e nanoplastiche tramite cibo, acqua, polvere e inalazione di aria vada da 15 a 287 grammi. Le donne potrebbero essere maggiormente esposte: in campioni provenienti da tonsille, polmoni e intestino è stata notata una maggiore abbondanza nelle donne, probabilmente per maggiore esposizione o per differente struttura corporea.
Strategie di riduzione dell’esposizione
Sebbene evitare completamente le microplastiche sia ormai impossibile, esistono alcune strategie per ridurre l’esposizione. Gli esperti suggeriscono di limitare l’uso di contenitori di plastica per alimenti e bevande, ridurre la plastica monouso, evitare di riscaldare cibi in contenitori di plastica e preferire materiali alternativi quando possibile. La procedura di prelavaggio dei tessuti rilascia molte più fibre microplastiche rispetto al lavaggio normale, quindi evitandola si potrebbe ridurre drasticamente la quantità rilasciata.
La produzione globale di plastica rappresenta una sfida crescente: attualmente stimata intorno a 400 milioni di tonnellate annue, è destinata a raddoppiare entro il 2040 e triplicare entro il 2060.
In conclusione, le evidenze scientifiche raccolte finora dipingono un quadro preoccupante. Sebbene permangano lacune nella comprensione completa dei meccanismi di tossicità e degli effetti a lungo termine, la presenza ubiquitaria delle microplastiche nel corpo umano e le prime correlazioni con rischi cardiovascolari e altri disturbi richiedono un’azione urgente sia a livello individuale che sistemico. La ricerca deve continuare a chiarire i meccanismi d’azione, mentre politiche ambientali più stringenti sulla produzione e l’uso della plastica appaiono sempre più necessarie per proteggere la salute pubblica.