Tumore al pancreas: perché la cura di Barbacid nei topi fa sperare, ma per l’uomo è ancora lontana
Quando leggi “tumore al pancreas eliminato”, è normale pensare a una svolta immediata. La notizia arrivata dalla Spagna, dal team guidato da Mariano Barbacid al CNIO di Madrid, ha fatto proprio questo effetto: nei topi, una terapia combinata ha portato a una remissione completa del tumore, e per di più senza segnali evidenti di resistenza nel tempo.
È un risultato che colpisce, perché il tumore pancreas è tra i più difficili da trattare e spesso risponde poco o per poco alle terapie disponibili. Però c’è un punto che va detto subito, senza spegnere l’entusiasmo: un successo nei modelli animali non è una “cura pronta” per le persone. È un passo forte, ma è un passo dentro un percorso lungo.
In questo articolo mettiamo ordine in tre idee chiave: come funziona l’approccio a tre bersagli (KRAS, EGFR e STAT3), che cosa è stato visto davvero nei topi, e perché il passaggio all’uomo è complicato (dosi, farmaci ancora sperimentali, sicurezza).
Che cosa ha fatto il team di Barbacid e perché è un risultato fuori dal comune

Il lavoro del gruppo di Barbacid ha mostrato che, in modelli murini di tumore pancreas, una terapia “a più mani” può far regredire il tumore fino a renderlo non più rilevabile, con risposte che durano e senza la solita comparsa di resistenza dopo pochi mesi. Per capire il peso della notizia conviene leggere la versione più vicina alla fonte, cioè la comunicazione del CNIO, che riassume razionale e risultati dello studio (comunicato del CNIO sul lavoro in PNAS).
Quando i ricercatori parlano di “remissione completa” in questo contesto intendono, in modo semplice, che non si osservano più segni del tumore con le misure usate nello studio. Non significa “mai più cancro” in assoluto, significa che il tumore non è più visibile e non sta crescendo. In oncologia, soprattutto nel pancreas, vedere risposte così profonde è raro, perché spesso il tumore trova strade alternative per ripartire.
Un dettaglio importante è che il risultato nasce da una logica precisa: non affidarsi a un singolo interruttore, ma chiuderne più di uno insieme. Il pancreas, in questo tipo di tumore, tende a “rimbalzare” tra vie di segnale diverse. Il team ha provato a impedirglielo.
Tre bersagli insieme: KRAS, EGFR e STAT3 spiegati senza tecnicismi
Pensa al tumore come a una stanza con una porta che si apre solo se girano più chiavi. KRAS è spesso considerato un motore di crescita, una spinta interna che dice alle cellule “vai, dividi, continua”. EGFR è un altro segnale che può alimentare crescita e sopravvivenza, come un campanello che continua a suonare e a dare ordini. STAT3, invece, può diventare una via di fuga: se blocchi un percorso, il tumore può usarne un altro per non fermarsi.
L’idea della combinazione è chiara anche senza entrare nei dettagli molecolari: se chiudi una sola serratura, la porta può aprirsi lo stesso; se ne chiudi tre, l’apertura diventa molto più difficile.
Per chi vuole vedere il riferimento scientifico indicizzato, c’è anche la scheda su PubMed (abstract dello studio su PubMed).
Perché colpire più “vie” può ridurre il rischio di resistenza
La resistenza ai farmaci, in oncologia, non è un capriccio. È una strategia di sopravvivenza. Le cellule tumorali possono cambiare assetto, selezionare cloni più forti, usare circuiti alternativi. È un po’ come il traffico in città: chiudi una strada e le auto riempiono le vie laterali.
Per questo molte terapie moderne puntano sulle combinazioni. Nella pratica clinica, però, c’è sempre un equilibrio delicato: più bersagli spesso vuol dire più tossicità potenziale. Quindi la domanda non è solo “funziona?”, ma anche “si può dare a una persona in modo sicuro e continuo?”.
Perché non è una cura pronta per le persone, i limiti pratici e di sicurezza
Il punto non è essere pessimisti. È essere precisi. I topi sono organismi vivi, quindi un modello “in vivo” è più vicino alla realtà rispetto a cellule in provetta, ma resta un modello. Anche quando il tumore è simile, cambiano metabolismo, tempi, tolleranza ai farmaci e modo in cui il corpo gestisce dosi e combinazioni.
In molte ricostruzioni giornalistiche, tra cui quelle che riprendono le osservazioni di Roberto Burioni, emergono tre ostacoli concreti: dosi molto alte, un farmaco non ancora pronto per l’uso clinico, e il rischio di colpire troppo duramente una proteina (STAT3) che ha anche funzioni normali. Una sintesi divulgativa utile si trova qui: spiegazione dei limiti evidenziati dagli esperti.
Questi limiti non cancellano il valore della scoperta. La rendono, però, una base di lavoro, non un protocollo pronto da portare in ospedale.
Il problema delle dosi: nei topi funzionano, nell’uomo potrebbero essere troppo tossiche
La tossicità non è un concetto astratto. Vuol dire che una dose efficace contro il tumore può diventare difficile da tollerare per l’organismo, perché può stressare organi e funzioni essenziali. E nel mondo reale non basta “fare effetto”, serve farlo con una dose che un paziente possa sostenere per settimane o mesi.
Nel lavoro discusso, uno dei farmaci usati per colpire KRAS (daraxonrasib) è stato dato ai topi a 20 mg/kg al giorno, un valore riportato come circa 5 volte più alto rispetto a dosi in sperimentazione clinica. Anche l’afatinib (farmaco che agisce su EGFR, già noto in oncologia) nel modello murino arriva a 20 mg/kg, mentre nella pratica clinica si parla di un ordine di grandezza molto diverso, attorno a 0,6 mg/kg.
Questi numeri non servono a fare calcoli a casa. Servono a capire il nocciolo: il “quanto” conta quanto il “che cosa”. Se per ottenere lo stesso effetto nell’uomo servissero dosi simili, il prezzo in tollerabilità potrebbe essere troppo alto.
E c’è un’altra sfumatura: nei topi puoi controllare tutto, dieta, ambiente, genetica, tempi. Nella vita reale i pazienti hanno età diverse, altri farmaci, fragilità, infiammazioni, interventi chirurgici, e spesso arrivano alla diagnosi già provati.
Farmaci non ancora pronti e bersagli essenziali: il nodo STAT3
La combinazione sperimentale include anche una molecola che agisce su STAT3 e che, da quanto riportato nelle discussioni sullo studio, non è un farmaco già disponibile come standard. Questo da solo basta a spiegare perché l’applicazione all’uomo non possa essere immediata: se una parte della terapia è ancora sperimentale, servono passaggi regolatori e clinici, con tempi che non si comprimono.
C’è poi un aspetto biologico: STAT3 non è “solo del tumore”. Partecipa a funzioni normali in vari tessuti. Spegnere completamente un bersaglio del genere, anche se utile contro il cancro, può diventare rischioso. La strada più realistica, spesso, è trovare una modulazione più fine, oppure una finestra terapeutica in cui colpisci il tumore più del resto del corpo.
È qui che la notizia cambia significato. Non dice “abbiamo la cura”. Dice “abbiamo trovato un punto debole credibile, ora dobbiamo renderlo trattabile”.
La lezione più importante: come questa scoperta può accelerare nuove terapie contro il tumore pancreas
Il valore più grande di questo lavoro, per chi segue la ricerca sul tumore pancreas, è la direzione. Mostra che bloccare KRAS e EGFR può non bastare, perché il tumore può usare STAT3 come uscita di emergenza. E suggerisce che una combinazione a tre bersagli può prevenire quella fuga, almeno nel modello murino.
La domanda pratica, adesso, è: si può ottenere un risultato simile con combinazioni più sostenibili? In altre parole, trovare alternative che mantengano l’efficacia con dosi realistiche, molecole più maneggevoli, e un profilo di sicurezza migliore.
Questo è anche il motivo per cui notizie del genere vengono seguite da vicino dai media: spiegano un “come” che può cambiare il design delle terapie future. Se vuoi un riassunto giornalistico del caso, utile per contestualizzare la portata della notizia senza trasformarla in un annuncio di cura, puoi vedere anche la copertura generalista (approfondimento su RaiNews sulla terapia a tre farmaci).
Nella ricerca biomedica, “accelerare” non vuol dire correre a occhi chiusi. Vuol dire togliere incertezze: capire che cosa è indispensabile, cosa è sostituibile, e su quali pazienti ha senso provare prima.
Che cosa dovrà succedere adesso: combinazioni più “gentili” e studi clinici ben disegnati
I prossimi passaggi, per trasformare un’idea forte in una terapia reale, sono spesso meno spettacolari del risultato iniziale, ma sono quelli che fanno la differenza.
In modo semplice, servirà:
- Capire la parte indispensabile della combinazione, cioè quale blocco è davvero necessario per evitare la resistenza.
- Cercare farmaci alternativi o nuove formulazioni, che permettano dosi più basse o una distribuzione migliore nel corpo.
- Identificare pazienti e biomarcatori, per non trattare “tutti uguale” e aumentare le probabilità di risposta.
- Testare sicurezza ed efficacia a step, con studi clinici graduali, partendo dalla sicurezza e poi dall’efficacia.
In parallelo, si lavora anche sull’ambiente del tumore, che nel pancreas è spesso molto “chiuso” e difficile da penetrare con i farmaci. Ogni miglioramento nella consegna del farmaco può cambiare la dose necessaria.
Chi vuole capire meglio il contesto scientifico e l’attività del gruppo può consultare anche il sito del laboratorio (profilo e attività del Mariano Barbacid Laboratory).
Il paragone con HIV: perché colpire più punti può cambiare la storia di una malattia
Il paragone citato da Burioni con l’HIV aiuta a fissare un concetto: quando colpisci un solo bersaglio, il sistema può adattarsi e “scappare”. Quando ne colpisci più di uno, riduci le vie di fuga.
Nel tumore pancreas, la fuga si chiama resistenza, e spesso arriva presto. L’analogia non vuole dire che oncologia e HIV abbiano gli stessi tempi o la stessa complessità clinica. Vuole dire che la strategia della combinazione ha già cambiato la storia di malattie difficili, e può farlo anche qui, se si trova un modo sicuro di applicarla.
In pratica, il risultato di Barbacid sembra dire: non basta inseguire il tumore con un solo blocco, bisogna chiudere le uscite prima che le usi.
Conclusione
Il risultato ottenuto nei topi è forte: nel tumore pancreas, vedere remissioni complete e durature con una terapia combinata è raro, e il lavoro di Barbacid indica un punto debole credibile. Però l’applicazione all’uomo resta lontana, perché entrano in gioco dosi difficili da sostenere, un farmaco ancora sperimentale e il tema della sicurezza nel colpire STAT3. Quando escono titoli simili, tre domande aiutano a orientarsi: è stato testato su persone, quali dosi e quali rischi sono realistici, ci sono trial clinici in corso. Seguire fonti scientifiche e aggiornamenti clinici seri è il modo migliore per trasformare la speranza in scelte informate, senza confondere un ottimo passo preclinico con una cura già disponibile.