Uso improprio di farmaci ansiolitici: l’allarme degli specialisti nel 2026

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di Alessio Acquisti

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Cosa si intende per farmaci ansiolitici

I farmaci ansiolitici sono una varietà di sostanze utilizzate per trattare la sintomatologia dei disturbi d’ansia come: ansia generalizzata, disturbi ossessivi ed attacchi di panico.

Queste terapie possono coinvolgere un’ampia popolazione e rappresentano una condizione ormai comune, tanto che gli ansiolitici sono considerati, globalmente, tra i farmaci psicoattivi più prescritti (Altamura, Alfredo Carlo et al.2013).

Utilizzo degli ansiolitici in Italia

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Durante la pandemia di COVID-19 l’utilizzo di questi farmaci ha registrato un aumento per tutte le fasce di età compresa quella pediatrica, dove i livelli di consumo non sono mai tornati a quelli pre-pandemici.

Secondo il rapporto OsMed 2024 relativo all’impiego di medicinali in Italia, l’acquisto di benzodiazepine (sia ansiolitiche che ipnotico-sedative) e dei loro analoghi ha raggiunto un valore annuo di 599 milioni di euro, rendendola così la categoria di acquisto privato (fascia C) a più alta spesa nel nostro paese.

Per i derivati benzodiazepinici ad azione ansiolitica si è registrato un calo sia nella spesa, che si attesta sui 371,1 milioni di euro (-4,2%), che nel consumo: 24,3 DDD* per 1000 abitanti (-3,8%).

*DDD = numero medio di dosi di farmaco consumate giornalmente da 1000 abitanti.

In generale il consumo di tutti gli psicofarmaci (ansiolitici, antidepressivi ed antipsicotici) in Italia registra una tendenza in aumento nell’ultimo decennio, nonostante si attesti a livelli inferiori rispetto ad altri paesi dell’UE (Luo H et al, Lancet Psychiatry 2024; Fond G et al, JAMA Network Open 2025).

Principali classi terapeutiche

Le categorie di farmaci ad azione ansiolitica sono principalmente due:

  • Benzodiazepine.
  • Farmaci antidepressivi.

Non è escluso, ad ogni modo, l’utilizzo anche di medicinali diversi come anticonvulsivanti, antipsicotici, beta-bloccanti ed antistaminici per il trattamento di disturbi d’ansia.

Storicamente, in ambito medico e nel linguaggio comune, si era soliti distinguere tra: tranquillanti minori impiegati principalmente nel trattamento dei disturbi d’ansia e tranquillanti maggiori, farmaci neurolettici (antipsicotici), utili al trattamento di condizioni diverse quali: bipolarismo, psicosi, schizofrenia e disturbi della personalità.

I termini “minore” o “maggiore” ad oggi non hanno più significato clinico riconosciuto. La scelta terapeutica viene effettuata sulla base del profilo farmacologico, della sintomatologia, della durata del trattamento e del rapporto rischio-beneficio per il singolo paziente.

Meccanismo d’azione

Le molecole coinvolte appartengono a categorie diverse, nonostante ciò possiamo asserire come la loro azione venga esplicata per mezzo della modulazione dell’equilibrio neurochimico cerebrale, determinante per la riduzione della sintomatologia ansiosa.

La differenza nella modalità producente questa variazione è, però, sostanziale e merita una spiegazione esaustiva.

Benzodiazepine

Parliamo di farmaci “noti” come lo Xanax o il Tavor. Considerabili la classe principale di ansiolitici contengono numerose sostanze che agiscono potenziando l’azione del GABA, ovvero il maggiore neurotrasmettitore inibitorio del nostro cervello.

La loro azione rapida e marcata è rivolta direttamente ai sintomi associati agli stati d’ansia, fattore che li rende più volte la prima scelta farmacologica in presenza di queste disfunzioni.

Gli effetti principali a loro carico sono i seguenti:

  • Ansiolitico.
  • Sedativo.
  • Miorilassante.
  • Anticonvulsivante.

Antidepressivi

Molti farmaci antidepressivi sono considerati di prima linea anche nel trattamento dei disturbi d’ansia. Il loro meccanismo d’azione è legato all’inibizione della ricaptazione di alcuni neurotrasmettitori tra cui la serotonina (5-HT).

Tra queste molecole un gruppo di sostanze, denominate SSRI, è responsabile di un maggiore tempo di permanenza della serotonina a livello sinaptico, inducendo così una serie di modificazioni ed adattamenti neurobiologici progressivi che portano ad una riduzione stabile dell’ansia e non solo sintomatica.

La loro azione è quindi lenta e graduale, l’effetto può manifestarsi nell’arco di alcune settimane, per questo motivo sono adatte anche a trattamenti di medio-lungo periodo.

Rischi e controindicazioni dei farmaci ansiolitici

L’attività farmacologica delle benzodiazepine presenta effetti collaterali e controindicazioni non trascurabili con la concreta possibilità di generare:

  • Tolleranza (ovvero l’adattamento dell’organismo alla sostanza e necessità di dosi maggiori per ottenere lo stesso effetto terapeutico).
  • Dipendenza (sia fisica che psicologica).
  • Sindrome da sospensione.
  • Sedazione.
  • Aumento del rischio di cadute nei soggetti anziani.
  • Compromissione cognitiva e della memoria.

Gli effetti citati sono tempo-dipendenti e quindi legati alla durata del trattamento; per questi motivi le linee guida relative al loro utilizzo prevedono terapie brevi, nell’ordine di qualche settimana.

Per gli antidepressivi i principali effetti collaterali sono legati a:

  • Riduzione della libido.
  • Aumento di peso.
  • Apatia.
  • Nausea.
  • Disturbi del sonno.
  • Cefalea.

Questi effetti, non legati allo sviluppo di dipendenza verso queste sostanze, possono determinare la sospensione brusca della terapia, aspetto decisivo nella manifestazione di sindromi da sospensione.

Queste due categorie di farmaci, quindi, presentano un potenziale terapeutico rilevante ed esigenze cliniche precise. L‘aderenza corretta alle terapie è fondamentale visto che posologia e durata del trattamento sono aspetti strettamente legati alla sicurezza di questi medicinali.

Uso improprio e abuso degli ansiolitici

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Comunicazione medico – paziente anziano

La casistica principale di uso improprio dei farmaci ansiolitici è legata ai pazienti anziani affetti da un disturbo d’ansia o insonnia che ricevono la prescrizione di un ansiolitico, spesso una benzodiazepina, dal proprio medico curante.

In alcuni casi la comunicazione tra il paziente ed il medico non è efficace e ciò determina una terapia che si protrae per diverse settimane, mesi ed in alcuni casi anni.

Questa modalità aumenta esponenzialmente i rischi visto che, statisticamente, gli anziani sono la categoria che assume più medicinali con azione diretta sul sistema nervoso centrale. Persone mano a mano soggette a decadimento cognitivo che possono determinare un costo sanitario maggiore ed una pressione crescente sulle famiglie e sulle strutture che si occupano di loro.

Misuso degli ansiolitici

Aspetto diverso è l’utilizzo di ansiolitici intenzionalmente come sostanza d’abuso contrariamente alle indicazioni terapeutiche.

In Italia sono sempre più frequenti le segnalazioni di ricette contraffatte, per questa ed altre categorie terapeutiche, da parte degli ordini di farmacisti di varie città. A testimonianza di ciò Andrea Mandelli presidente FOFI (Federazione Ordini Farmacisti Italiani) ha espresso preoccupazione in un’intervista del giugno 2025 a Repubblica affermando come il fenomeno, già colto dai farmacisti, stia assumendo dimensioni difficilmente gestibili (Link intervista).

Una delle spiegazioni è legata all’utilizzo di queste sostanze come coadiuvanti nelle sindromi d’astinenza da oppioidi, aspetto che le ha rese comuni tra i tossicodipendenti anche all’interno delle carceri (EUDA 2018).

Secondo un dato ricavato da un recente report (ESPAD), poi, il 14% degli studenti europei tra i 15 e 16 anni di età ha dichiarato di aver fatto uso almeno una volta di farmaci con prescrizione (11% in Italia), con tranquillanti e sedativi primi in questa particolare classifica (8,6%).

Un campanello d’allarme che esige attenzione e pianificazione; conoscere le potenzialità di queste sostanze è una responsabilità condivisa da tutti per tutelare la salute delle nostre comunità.

La figura del farmacista è centrale per controllare territorialmente l’abuso, la presenza di ricette contraffatte e per gestire attraverso i canali preposti le segnalazioni.

Perché è così difficile sospendere questi farmaci?

Terapie farmacologiche come quelle di ansiolitici ed antidepressivi necessitano di attenta comunicazione fra medico e paziente. La sindrome da sospensione, infatti, è una possibilità realistica e rende necessaria un’aderenza precisa alla posologia.

Come analizzato in un articolo da Giuseppe Tibaldi, psichiatra ed associato dell’International Institute for Psychiatric Drug Withdrawal, lo schema di riduzione classico di queste terapie prevede un decremento graduale del dosaggio, secondo una progressione lineare, fino a giungere alla sospensione.

Prendendo il caso dei SSRI si è visto, però, come una riduzione del 60% del dosaggio determini un’occupazione del trasportatore cerebrale della serotonina (SERT) ancora molto alta, nell’ordine dell’80%. Secondo questo modello un calo lineare del dosaggio non corrisponde ad un calo lineare dell’attività farmacologica, quindi una sospensione della terapia attraverso questa modalità aumenta considerevolmente la possibilità di produrre una sindrome da sospensione.

L’alternativa proposta da Mark Horowitz e David Taylor (The Maudsley Deprescribing Guidelines: Antidepressants, Benzodiazepines, Gabapentinoids and Z-Drugs) è quella di una riduzione iperbolica anziché lineare dei dosaggi.

Il nuovo modello potrebbe superare le limitazioni della progressione lineare pur presentando sfide pratiche nel garantire formulazioni in gocce, per assunzioni inferiori al milligrammo di sostanza, che permettano di seguire tale schema riduttivo.

Prospettive ed alternative terapeutiche

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Foto di MART PRODUCTION: https://www.pexels.com/it

L’aumento del consumo di ansiolitici è legato ad un insieme di fattori di origine sanitaria, sociale ed economica che non possono essere considerati in modo isolato.

La crescente esposizione ai social media, in particolare per i più giovani, è associata ad un peggioramento del benessere psicologico, che favorisce una maggiore instabilità emotiva, una ridotta tolleranza alla frustrazione ed una ipersensibilità emotiva. Per le persone adulte invece i canoni economici e di stile di vita hanno prodotto una società incentrata sul risultato e sul profitto. Progressivamente si è così perso parte del valore sociale delle comunità, si è normalizzata la precarietà lavorativa e sono divenuti frequenti il malessere, la solitudine, lo stress cronico e l’instabilità.

In questo contesto l’utilizzo di sostanze farmacologiche dovrebbe essere attentamente valutato dal medico curante prima della prescrizione. Alternative concrete possono essere un aumento della relazioni sociali, pratiche di regolazione dello stress come yoga e mindfulness o terapie strutturate e mirate con uno psicologo o psicoterapeuta per comprendere e affrontare la natura del problema e costruire strumenti utili alla gestione di queste condizioni nel tempo.

Conclusioni

L’allarme lanciato dai professionisti sanitari non può essere ignorato, soprattutto perché rappresenta un trend in aumento e non un caso isolato.

Le motivazioni sociali impongono un ragionamento costruttivo a lungo termine per contrastare i problemi inerenti allo stile di vita.

Nonostante la situazione italiana sia meno preoccupante rispetto a quella di altri paesi, saper intervenire preventivamente può essere decisivo per evitare il propagarsi del problema.

La conoscenza e l’aggiornamento riguardo a queste sostanze è la base fondamentale per i professionisti sanitari che devono coinvolgere in modo onesto il paziente nella scelta terapeutica, quando possibile, informandolo obiettivamente dei rischi di queste terapie.

L’approccio più efficace rimane quindi multidimensionale, integrando interventi farmacologici, psicologici e comportamentali, con l’obiettivo non solo di ridurre i sintomi, ma di migliorare il benessere globale e la resilienza dell’individuo.


Alessio Acquisti – Farmacista e copywriter freelance

Bibliografia e Sitografia

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